mercoledì 27 maggio 2020

Approfondita e interessante analisi di Giovanni Cutolo sul concetto del lavoro


Barcellona, 27/05/2020

di Giovanni Cutolo


A PROPOSITO DEL “LAVORO”


Perciò l’Eterno Iddio mandò via l’uomo dal giardino d’Eden,
perché lavorasse la terra donde era stato tratto.
(Genesi, 3, 23)

Intendo qui sommariamente ripercorrere alcune delle vicissitudini dell’attività lavorativa e delle numerose modificazioni semantiche che la parola “lavoro” ha conosciuto nel tempo, soffermandomi in particolare su alcuni dei molti cambiamenti di significato che questo termine ha conosciuto.
Molto spesso nei detti popolari, a guardar bene,si nasconde la malcelata convenienza dei potenti, dei prepotenti e di tutti coloro che detengono il potere. Nei proverbi e nei detti comuni la gente crede di ritrovare l’antica saggezza del bel tempo antico ma, in effetti, essi spesso sottendono e veicolano, surrettiziamente, la nietzschiana “volontà di potenza”.Mentre invece, come per esempio nel celebre “Chi non lavora non mangia”, si mette in circolazione una falsa credenza spacciandola per pillola di saggezza,allo scopo di far circolare delle presunte verità, apparentemente sempiterna. Verità che, come in questo esempio, è volta a indurre le genti a credere- e pertanto a legittimare -lo sfruttamento di chi lavora– schiavi, servi della gleba, contadini, braccianti, operai e lavoratori precari di ogni tipo.
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L’articolo uno dell’attuale Costituzione italiana in vigore dal 1946 sancisce che: “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, malgrado stia diventando sempre più difficile poter garantire lavoro a tutti i cittadini. La perentoria formulazione costituzionale rischia di far apparire traballante e sempre meno credibile l’intera convenzione sulla quale si fonda la nostra comunità nazionale.Ancora più preoccupante poi, il fatto che la crescente mancanza di lavoro non è un problema solamente italiano, essendo un fenomeno diffuso che riguarda un numero crescente di paesi, in Europa e in ogni altro continente. Si tratta con evidenza di un fenomeno che è conseguenza della mondializzazione produttiva, dell’affermazione del cosiddetto mercato globale, delle numerose altre macro-trasformazioni in corso e,di recente,anche alla pandemia causata dal Covid-19.
La rarefazione del lavoro è, e sempre di più sarà, un fenomeno mondiale difficilmente governabile perché si manifesta in un mondo ancora privo di un governo globale e perché le sue ragioni profonde sfuggono al controllo e alla gestione degli stati nazionali. Cominciano ad apparire forme diverse di sussistenza economica– in Italia è stato introdotto il reddito di cittadinanza, in Danimarca vige il  Kontanthjælp,in Germania l’Arbeitslosengeld, nel Regno Unito l’Income support, in Irlanda il Supplementary Welfare Allowance. In Francia è in discussione il RUA-Reddito Universale di Attività mentre la Finlandia va verso la sperimentazione di altre tipologie di riforma del welfare.Interventi tutti che anticipano la fine dell’ormai inefficace e obsoleto principio del chi non lavora non mangia,almeno per le fasce più povere e a rischio.L’assioma che,per millenni e per la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta, ha unito fra loro guadagno e lavoro è ormai in una fase di inarrestabile decadenza.Si potrebbe considerare paradossale che la rarefazione della domanda di lavoro si manifesti solo adesso mentre avrebbe potuto manifestarsi di già duecentocinquant’anni fa, quando se ne crearono le condizioni grazie all’irrompere del lavoro delle macchine in un mondo che, sino ad allora, aveva potuto contare soltanto sul lavoro dell’uomo e degli animali.Ritengo che la cosiddetta rivoluzione industriale avrebbe potuto e dovuto essere una rivoluzione di liberazione sociale. Invece,purtroppo, non lo fu. Essa avrebbe potuto affrancare, grazie all’uso delle macchine mosse dalle nuove fonti di energia, gran parte degli uomini dalla schiavitù del lavoro, quello durissimo dei campi e non solo quello. I nuovi mezzi di produzione finirono invece sotto il controllo di un numero ristretto di uomini che si arricchirono come nessun agrario o proprietario terriero era mai riuscito a fare. Tutti quelli – pensatori, economisti, sociologi, religiosi, politici e financo imprenditori illuminati – che tentarono di far prevalere un modello socio-economico diverso da quello che sembra ormai prossimo al collasso, furono tacciati di essere degli utopisti e videro fallire il loro tentativo di dare alla storia un corso più virtuoso.
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Oggi, ancora una volta in maniera che può apparire paradossale, quella mancata rivoluzione sembra poter finalmente avvenire per l’impossibilità di garantire lavoro e guadagni a tutti, a causa (o in virtù?) dello sviluppo tecnologico che ha aperto le porte della robotica, dell’Intelligenza Artificiale e dell’Ingegneria Genetica. La riduzione della domanda di lavoro umanosta provocando la conseguente drastica riduzione dei consumi di massa e con essi delle produzioni di massa e quindi, a cascata, anche dei guadagni di coloro che controllano i mezzi finanziari e posseggono i mezzi di produzione. Comprensibile e prevedibile allora che, per evitare l’arresto e l’eventuale crollo dell’intero sistema della cosiddetta economia liberale e capitalistica, i reggitori di detto sistema abbiano cominciato a dar segni concreti di avere capito che occorre intervenire al fine di garantire mezzi di sussistenza a chi non può più avere la certezza di un lavoro. Con la riduzione e la conseguentede-sacralizzazione del lavoro,potrebbe e dovrebbe terminare quella relazione che il lavoro ha intrattenuto con il guadagno. Una relazione frequentemente deformata e ricattatoria, almeno percome la abbiamo comunemente e troppo spesso conosciuta e vissuta.Alla luce della conflittualità tra Nord e Sud presente sin dalla sua fondazione nel nostro paese, vanno messe nel conto anche le prevedibili conseguenze traumatiche per gli abitanti del settentrione, e in particolare per quelli della Lombardia, che si vedrebbero privati della diffusa mitologia regionale del lavoro e chetoglierebbe loro la possibilità di continuare a indirizzarsi ai meridionali con l’allocuzione “và a lavurà, terrùn”.
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Ritornando alle origini lontane del lavoro e lasciandoci alle spalle le nebbiose dolcezze dell’operosa pianura padana, il primo riferimento al lavoro che ho ritrovato è quello del libro della Genesi, un testo a cavallo tra la Storia e il Mito, che si può far risalire a tremila e cinquecento anni fa circa. In questo testo, il lavoro si configura come la condanna che il creatore infligge ad Adamo ed Eva, colpevoli di essersi macchiati del cosiddetto peccato originale. Il lavoro quindi appare, sin dalla notte dei tempi, come l’ammenda conseguente a un peccato che ben presto l’umanità scopre essere non soltanto originale, ma anche piuttosto piacevole. In un colpo solo dunque, l’uomo scopre la gradevolezza del piacere indotta dal sesso e la sgradevolezza della fatica che il lavoro comporta. (Resterebbe da appurare se l’atto che unì i nostri progenitori fu meramente sessuale; perché se invece fu un atto di amore, apparirebbe allora inspiegabile una condanna divina così severa per un gesto così divinamente fondamentale per essere non solo piacevole ma soprattutto necessario per il nobile scopo di tramandare la specie!).
Sia come sia, è un dato di fatto che, da allora in poi, l’uomo ha continuato a studiare, ingegnandosi a esplorare tutte le possibili maniere capaci di aggiungere altre fonti di piacere a quelle propiziate dal sesso, ma anche altre maniere per ridurre la fatica causata dal lavoro. Il raggiungimento di quest’ultimo obiettivo spiega probabilmente la nascita e la pratica della schiavitù, quel meccanismo perverso e ingiusto che ha indotto e consentito per secoli a che minoranze bellicose e aggressive potessero imporsi e sottomettere popolazioni miti e pacifiche. La schiavitù, probabilmente rara tra le popolazioni di cacciatori-raccoglitori preistorici, appare tra le prime civiltà, come quella dei Sumeri in Mesopotamia (3.500 a.C.); il babilonese Codice di Hammurabi(1860 a.C.) la descrive e la legittima come un'istituzione consolidata e del tutto comune tra i popoli dell'antichità. Si stima che nell’Atene ai tempi del suo massimo splendore (500 a.C.) vivessero circa 30.000 greci che avevano delegato il lavoro a oltre 300.000 schiavi, raccolti grazie all’economia di guerra allora in vigore.
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Questo modello si perpetua poi durante tutta la lunga decadenza dell’Impero di Roma. Con Diocleziano s’istituzionalizza la servitù della gleba che legava il contadino a un determinato terreno (la gleba, in latino zolla)collocandolo a metà strada tra lo schiavo e l'uomo libero.L’editto di Costantino (313 d.C.), che sancisce una profonda rivoluzione sociale - grande merito storico del cristianesimo – non pone però termine né alla schiavitù alla né alla servitù della gleba. Questa e altre consimili forme di sudditanza sociale ed economica perdureranno durante tutto il Medioevo, garantendo una fondamentale fonte di energia lavorativa al servizio dei ”signori”.
Dopo la scoperta delle Americhe, dal XVI secolo e fino al XIX, incomincia a prosperare un mercato criminale, meglio noto come “tratta degli schiavi”, sorto per soddisfare la domanda dei committenti delle piantagioni americane di cotone, caffè altro. In prima fila si trovano,in qualità di finanziatorimercanti ebrei, veneziani, genovesi, greciciprioti che si avvalgono di naviganti portoghesi,francesi e inglesi per il trasporto della merce umana. Il lavoro sporco di razzia all’interno del continente africano e poi di stoccaggio della “merce” nei centri di raccolta e smistamento è invece affidato alla solerte complicità di un’operosa e infida manovalanza, soprattutto araba, assistita da elementi della peggiore feccia locale. Il tutto sotto l’autorevole e benedicente avallo della Chiesa cattolica romana che si fa direttamente carico della trasformazione della merce in docili-poveri-negri-religiosi-e-ubbidienti, mediante quel processo di addomesticamento catechistico che ne rende più efficace e sicuro lo sfruttamento.
Questo mercato si è protratto ininterrottamente per centinaia di anni e solamente nel 1750 il Portogallo abolisce lo schiavismo, limitatamente ai nativi delle proprie colonie. Una svolta di portata mondiale nel processo di abolizione della schiavitù avviene in Inghilterra nel 1807, quando il Parlamento approva lo Slave Trade Act, che innesca un processo che porta all'abolizione della tratta anche da parte delle altre potenze coloniali. Spagna e Portogallo seguono nel 1817 mentre in Francia la schiavitù è abolita dalla Convenzione nel 1794; viene poi ripristinata da Napoleone nel 1802, per essere poi finalmente abolita nel 1848. Nel 1865, con la fine della Guerra di secessione, gli Stati Uniti d’America decretano l’abolizione dello schiavismo.
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Nel frattempo, alla fine del XIX secolo, ha inizio - in Inghilterra e quindi in Germania, negli USA e in tutto l’Occidente - la Rivoluzione industriale. Dopo sessantamila anni trascorsi come raccoglitore-cacciatore e altri diecimila trascorsi facendo l’agricoltore, l’uomo intravede la possibilità di potersi affrancare dalla condanna biblica, liberandosi finalmente dal lavoro inteso come dovere e obbligo collettivo, potendo finalmente intravedere e sperare che il lavoro divenga una libera scelta individuale. Quella libera scelta che quasi tutte le società hanno talvolta consentito o almeno tollerato esclusivamente a quegli individui speciali che sono i giullari e gli artisti.
Sappiamo che, purtroppo, il lavoro della macchina non ha affrancato l’uomo dal lavoro, limitandosi a trasformarne esclusivamente le modalità operative. Come abbiamo ricordato, queste trasformazioni del modo di lavorare sono state indotte e sancite in particolare dalla prepotente comparsa sulla scena di due nuovi importanti fattori: i “mezzi di produzione” e il “capitale finanziario”.Protagonisti indiscussi da oltre due secoli della scena sociale, le cui gesta non esattamente gloriose sono state analizzate economicamente da Karl Marx e illustrate poeticamente da Charlie Chaplin.
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Nel 1927, con la pubblicazione di “Essere e tempo”, Martin Heidegger ribalta il tavolo della metafisica utilizzando il termine ontologia per designare la scienza del fondamento dell’essere, anzi dell’Esser-ci(in tedescoDasein).Vale forse la pena ricordare che il termine ontologia designa la scienza dei caratteri universali dell’ente -di tutto ciò che è - e corrisponde a quella “prima filosofia” di Aristotele che introduce alla metafisica. Si tratta di quella maniera di filosofare che pone da un lato il soggetto - l’uomo - e dall’altro l’oggetto - la verità, la giustizia, il bene, la conoscenza e altri concetti-oggetti.
Heidegger contrappone l’essenza del Dasein, dell’Esserci (figura del presente), a quella dell’essere (infinito) e dell’ente (participio presente)– una contrapposizione che secondo Parmenide è falsa per essere inesistente. Una falsa contrapposizione che però ha favorito il trionfo dell’oggetto (la cosa, le cose) e la sconfitta del soggetto (l’uomo, gli uomini), decretando quella “cosificazione” che ci ha condotto alla triste situazione nella quale viviamo.
A mio avviso, questa sconfitta ha origine, tra l’altro,nella distorta maniera di valorare e interpretare il termine “lavoro”. Si è definito come lavoro qualsiasi esplicazione di energia volta a un fine determinato e dalla Rivoluzione industriale in poi il significato del termine lavoro si è andato trasformando. Oggi il lavoro è inteso prevalentemente come l’attività umana rivolta alla produzione di una “cosa”, di un bene, di una ricchezza o comunque all’ottenimento di un prodotto di utilità individuale o generale il cui valore è affidato al giudizio sovrano del mercato.

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Nel 1929, in una nota a piè di pagina del saggio “Il disagio della civiltà”, Sigmund Freud scrive che “Nessun'altra tecnica di condotta della vita lega il singolo così strettamente alla realtà come il concentrarsi sul lavoro, poiché questo lo inserisce sicuramente almeno in una parte della realtà, nella comunità umana. La possibilità di spostare una forte quantità di componenti libidiche, narcisistiche, aggressive e perfino erotiche sul lavoro professionale e sulle relazioni umane che ne conseguono, conferisce al lavoro un valore in nulla inferiore alla sua indispensabilità per il mantenimento e la giustificazione dell'esistenza nella società. L'attività professionale procura una soddisfazione particolare se è un'attività liberamente scelta, cioè tale da rendere utilizzabili, per mezzo della sublimazione, inclinazioni preesistenti, moti pulsionali non intermittenti o invigoriti costituzionalmente. Eppure, come cammino verso la felicità il lavoro è stimato poco dagli uomini. Non ci si rivolge ad esso come alle alter possibilità di soddisfacimento. La grande maggioranza degli uomini lavora solo se spinta dalla necessità, e da questa naturale avversione degli uomini al lavoro scaturiscono i più difficili problemi sociali.”
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Nel 2015, Yuval Noah Harari pone alcune questioni preoccupanti: “Che cosa accadrà al mercato del lavoro quando l’intelligenza artificiale supererà le prestazioni umane nella maggior parte dei compiti cognitivi? Quale sarà l’impatto politico di una nuova vasta classe di persone economicamente inutili? Che cosa accadrà alle relazioni, alle famiglie e ai fondi pensione quando le nanotecnologie e la medicina rigenerativa trasformeranno gli ottanta anni nei nuovi cinquanta? Che cosa accadrà alla società umana quando la biotecnologia ci consentirà di progettare i figli e di determinare differenze mai sperimentate tra ricchi e poveri?”
E, sibillinamente, si risponde dicendo: “Quando l’ingegneria genetica e l’intelligenza artificiale riveleranno tutto il loro potenziale, il liberalismo, la democrazia e il libero mercato potrebbero diventare obsoleti come i coltelli di selce, le musicassette, l’islam e il comunismo.

Giovanni Cutolo

P.S. In ltalia nel 2018 il PIL-Prodotto Interno Lordo è stato di circa 32.000 Euro in media per ogni abitante e la ricchezza totale risulta divisa in due metà uguali: una posseduta dal 5% degli abitanti, l’altra dal restante 95%.
Come spiegazione di questa evidente e clamorosa ingiustizia Dante Alighieri fornì nel XIV secolo una risposta che rimane, purtroppo, ancora valida oggi: “Vuolsi così, colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare.”

Resta il fatto che, la scomparsa del lavoro non comporterà necessariamente la contemporanea scomparsa della possibilità di continuare a esercitare una qualche attività, come il partecipare al perseguimento di obiettivi non economici, quali pensare, riflettere, interrogarsi, leggere, studiare, amare e altro ancora. Tutte cose che, per un lungo tratto della propria vita, rimangono per molti di noi subordinate, se non addirittura dimenticate, agli impegni economici o di carriera o a quelli di mera sussistenza.

P.S. In ltalia nel 2018 il PIL-Prodotto Interno Lordo è stato di circa 32.000 Euro in media per ogni abitante e la ricchezza totale risulta divisa in due metà uguali: una posseduta dal 5% degli abitanti, l’altra dal restante 95%. Come spiegazione di questa evidente e clamorosa ingiustizia Dante Alighieri fornì nel XIV secolo una risposta che rimane, purtroppo, ancora valida oggi: “Vuolsi così, colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare.”


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